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   Perché studiare musica


Studiare musica stimola il cervello dei bambini

Suonare uno strumento musicale fin da piccoli sviluppa la flessibilità mentale e la capacità di aggiornare la memoria con nuove informazioni, indipendentemente dall'ambiente sociale di provenienza. I bambini che suonano regolarmente uno strumento musicale hanno maggiori opportunità di sviluppare le loro capacità mentali: la pratica costante sin da piccolissimi, infatti, potenzia le funzioni esecutive del cervello, quelle che li rendono in grado di adattarsi a situazioni nuove e complesse, come indica uno studio realizzato dai team dei neuroscienziati della Harvard University e dell'Ospedale Pediatrico di Boston.



I piccoli musicisti, secondo gli scienziati, risultano mentalmente più flessibili: hanno una maggiore tendenza a fare scelte tra più opzioni invece che attenersi alla scelta consueta nelle funzioni pratiche. Un dato che era già stato evidenziato in studi precedenti che però non avevano chiarito se questa caratteristica fosse legata all'estrazione sociale, quasi sempre più elevata dei giovani musicisti, o alla pratica delle sette note. In questo caso, invece, valutando i bambini anche attraverso test psicometrici, considerando il quoziente intellettivo e l'ambiente socioeconomico di provenienza, è stato dimostrato che la maggiore flessibilità mentale rimane nei bimbi che studiano musica.

Inoltre i ricercatori, utilizzando la risonanza magnetica funzionale, hanno evidenziato una maggiore attività delle aree prefrontali del cervello implicate nelle funzioni esecutive. Queste ultime sono molto complesse e numerose ma secondo lo studio, la musica ne migliora due in particolare: la flessibilità mentale e la capacità di aggiornare la memoria di lavoro con nuove informazioni. (rainews.it, 24 Giugno 2014)

Lezioni di musica fin da bambini. Un investimento per il cervello. Familiarizzare col pentagramma in gioventù aiuterebbe la mente a invecchiare meglio

Non è mai troppo tardi, neanche per imparare a suonare uno strumento musicale, ma farlo da bambini potrebbe portare qualche vantaggio in più. Basterebbero infatti anche pochi anni trascorsi a studiare note, diesis e bemolle in giovane età, per garantirsi un cervello più in salute da anziani, almeno secondo quanto afferma una ricerca apparsa sulla rivista → Journal of Neuroscience.



LO STUDIO - Nina Kraus, neurobiologa presso la Northwestern University, da tempo indaga sugli effetti che la musica può avere sulla plasticità cerebrale e sulle abilità cognitive e, nel suo ultimo lavoro, ha coinvolto 44 adulti tra i 55 e i 76 anni per valutare la prontezza del loro cervello nel reagire alla percezione di suoni vocali. In queste persone è stata misurata l'attività elettrica della regione del tronco encefalico che processa i suoni mentre ascoltavano una voce che pronunciava ripetutamente una sillaba. Chi aveva seguito da bambino lezioni di musica, per un periodo dai quattro ai quattordici anni, mostrava una più rapida risposta cerebrale alla percezione del suono, di circa un millisecondo più veloce rispetto a chi invece non aveva familiarizzato da piccolo con uno strumento musicale.




BENEFICI NEL TEMPO – "Si tratta di piccolissime differenze temporali - sottolinea Kraus -, ma se le consideriamo per milioni di neuroni, allora possono fare la differenza nella capacità di un anziano nel reagire ai suoni". Il fatto sorprendente poi era che la maggior reattività cerebrale riguardava anche chi non toccava uno strumento da molto tempo, anche da 40 anni. I positivi effetti che studiare musica in giovane età avrebbe sulla mente non andrebbero dunque dispersi, durerebbero nel tempo, fino a farsi sentire anche ben oltre la cinquantina e, secondo Kraus e colleghi, tanti più anni un bambino ha passato a dilettarsi con uno strumento, tanto più ne beneficerà la sua mente adulta. "La velocità con cui il cervello elabora e discrimina i suoni è una delle prime abilità a essere intaccata dall'invecchiamento e riuscire a contrastare questo processo potrebbe migliorare molto la vita degli anziani", conclude l'esperta.



MUSICA E CERVELLO - L'indagine della Northwestern University non è la sola ad avere ribadito recentemente gli effetti che lo studio della musica può avere sulla mente. Al meeting annuale della Society for Neuroscience sono state presentate varie ricerche che hanno messo in evidenza come studiare musica possa avere un effetto positivo su certe funzioni cognitive, cosa che si rispecchierebbe nella struttura stessa del cervello. Uno studio su una cinquantina di ragazzi cinesi ha rilevato che studiare uno strumento per almeno un anno sarebbe correlato alla presenza di una corteccia cerebrale più spessa; effetto più marcato se le lezioni di musica sono avvenute prima del settimo anno di vita del bambino, età in cui i processi di maturazione cerebrale sono più marcati. Ricercatori canadesi e scandinavi hanno poi (indipendentemente) presentato dati che mostrerebbero come un cervello allenato alla musica presenti un più alto grado di connettività neuronale e sia in grado di elaborare meglio gli stimoli provenienti contemporaneamente da sensi diversi. L'argomento va approfondito con altre ricerche, ma quanto scoperto finora lascia presupporre che lo studio di uno strumento musicale possa influenzare profondamente il cervello al punto che potrebbe rivelarsi utile anche nel trattare i disturbi cognitivi e dell'apprendimento, oltre a essere, in giovane età, un prezioso investimento per la salute futura della mente. (Cristina Gaviraghi, corriere.it, 28/2/2014)


Se si suona da piccoli, da grandi farà bene al cervello. Uno studio americano dimostra che le lezioni prese da bambini aiutano ad affrontare l'invecchiamento

MILANO - Le tante lezioni di musica prese per imparare a suonare il pianoforte o la chitarra, a volte imposte dai genitori durante l'infanzia, in realtà producono i loro benefici a distanza di anni. Non nel senso che diventano tutti dei musicisti da orchestra, ma che il cervello si mantiene più sveglio e attivo con l'invecchiamento.

LO STUDIO - Sono i risultati di uno studio dell'American Psychological Association pubblicato sulla rivista "Neuropsychology". I ricercatori hanno studiato 70 adulti sani, tra i 60 e 83 anni, dividendoli in gruppi a seconda del livello di esperienza musicale. Il risultato è stato che i musicisti hanno eseguito meglio i vari test cognitivi rispetto a quelli che non hanno mai imparato a suonare uno strumento o a leggere la musica. "L'attività musicale durante la vita funziona da esercizio cognitivo - spiega Brenda Hanna-Pladdy, coordinatrice dello studio - mantenendo il cervello in forma e in grado di affrontare le sfide dell'invecchiamento. Poiché lo studio di uno strumento richiede anni di pratica e apprendimento, può creare delle connessioni alternative nel cervello che compensano il declino cognitivo della vecchiaia".



AMATORI Tutti i musicisti studiati erano amatori, che avevano iniziato a suonare uno strumento all'età di 10 anni e hanno continuato per almeno 10 anni. Più della metà suonava il pianoforte mentre un quarto strumenti a fiato, come flauto o clarinetto, pochi percussioni e ottoni. Quelli che avevano studiato più a lungo hanno ottenuto i migliori risultati ai test cognitivi, seguiti dai musicisti di più basso livello e da chi non ha mai studiato musica, rivelando un trend proporzionale agli anni di pratica musicale. In particolare i musicisti di alto livello hanno ottenuto punteggi molto più alti dei non mucisti per la memoria videospaziale, i nomi degli oggetti, la flessibilità cognitiva e la capacità di adattarsi a nuove informazioni. Non sembra invece che faccia differenza il continuare a suonare lo strumento o meno per tutta la vita. "Il che suggerisce - conclude - che la durata degli studi musicali è più importante che il continuare a suonare a un livello avanzato". (corriere.it, 22 Aprile 2011 - Fonte: Ansa).

Musica per imparare di più e meglio. Le note migliorano le funzioni del cervello e le sue capacità cognitive favorendo l'apprendimento

MILANO - Crescere e imparare con la musica: con le note si migliora l'apprendimento, si favorisce lo sviluppo cerebrale e si riduce lo stress in bambini svantaggiati, che vivono in famiglie povere e spesso finiscono per avere più difficoltà a scuola. Lo dimostra uno studio presentato a Firenze all'8° Congresso Mondiale dell'International Brain Research Organization, uno dei più importanti nel settore delle neuroscienze.

STUDIO – I dati arrivano da una ricerca condotta da Helen Neville, dell'Istituto di Neuroscienze dell'università dell'Oregon negli Stati Uniti: l'esperta ha coinvolto 141 bimbi con meno di sei anni e i loro genitori, scegliendoli in famiglie di basso livello socioeconomico. Alcuni sono stati sottoposti per otto settimane a un training "musicale", attraverso sedute di ascolto e suono della musica a cui partecipavano sia i piccoli che i genitori; gli altri hanno partecipato a programmi meno specifici mirati al miglioramento dell'attenzione nei bimbi o alla semplice frequenza della scuola materna. Al termine dei due mesi di test i risultati ottenuti dai bimbi che sono venuti a contatto con la musica sono stati nettamente migliori: erano più attenti, avevano un comportamento più tranquillo e competenze sociali migliori, erano meno stressati, pure i loro genitori avevano imparato a stare con i loro figli in maniera più costruttiva e positiva.



MUSICA – "Purtroppo la performance scolastica dei bambini può essere in larga parte "prevista" semplicemente considerando il livello socioeconomico e lo stipendio dei genitori: quasi ovunque la povertà riduce le probabilità di successo scolastico – commenta Domenico Pellegrini-Giampietro, farmacologo dell'Università di Firenze e Segretario Scientifico del congresso –. Per questo è importante pensare a programmi per migliorare l'apprendimento mirati a bambini delle fasce sociali svantaggiate. Sappiamo che il cervello è "plastico", molto malleabile: in grado diverso e con tempi variabili, i sistemi cerebrali possono essere "spinti" a migliorare fornendo loro il giusto tipo di stimoli. La musica è uno di questi: riesce infatti ad aumentare le capacità di attenzione selettiva e sappiamo che ha un impatto estremamente positivo sullo sviluppo cerebrale generale". Gli effetti peraltro sono a lungo termine: poche settimane fa una ricerca pubblicata sulla rivista → Neuropsychology ha dimostrato che ascoltare spesso musica e imparare a suonare un strumento da piccoli consente di arrivare alla terza età con un cervello più in forma, con un minor rischio di deficit cognitivi e demenza.

CONGRESSO – Durante il congresso mondiale di neuroscienze fiorentino sono stati presentati numerosi studi sulle risposte cerebrali all'ascolto delle note, scoprendo ad esempio che la musica suscita emozioni attraverso l'attivazione di una via specifica del cervello, il sistema dopaminergico mesolimbico, coinvolta anche negli effetti gratificanti dei piaceri della vita (cibo, sesso) e delle sostanze d'abuso (alcol, eroina, cocaina)...(omissis) (Elena Meli, corriere.it, 13 Luglio 2011)

Suona uno strumento per tutta la vita e non diventerai sordo. Dedicarsi allo studio della musica rallenterebbe il declino uditivo tipico della vecchiaia e migliora la memoria

Suonare uno strumento musicale rallenta il declino uditivo legato al passare del tempo. Lo suggerisce uno studio della Northwestern University, pubblicato di recente sulla rivista Neurobiology of Aging. I ricercatori d'oltreoceano sono giunti a queste conclusioni misurando le risposte cerebrali ad alcune tipologie di suoni di un'ottantina di musicisti giovani e meno giovani e di coetanei non musicisti.

PRESTAZIONI – "I musicisti più anziani non solo hanno avuto prestazioni migliori dei loro coetanei non dediti alla musica, ma si sono rivelati capaci di codificare lo stimolo sonoro altrettanto velocemente e accuratamente dei giovani non musicisti" riferisce la neuroscienziata Nina Kraus che ha coordinato lo studio. "I nuovi dati - a detta di un esperto in materia, Don Caspary della Southern Illinois University - supportano l'idea che il cervello possa essere allenato a superare, in parte, la perdita uditiva legata all'invecchiamento. Queste nuove osservazioni, insieme ad alcuni dati recenti raccolti negli animali, suggeriscono fortemente che un allenamento intensivo anche in tarda età possa migliorare la capacità di decodificare i discorsi da parte degli anziani, e di conseguenza la loro capacità di comunicare in ambienti complessi e rumorosi".



BENEFICI - Studi precedenti, condotti sempre dall'equipe di Nina Kraus, suggeriscono inoltre che l'allenamento musicale possa contribuire anche sul fronte della memoria, oltre che a ridurre le difficoltà uditive nel comprendere i discorsi in ambienti rumorosi, due aspetti di cui spesso gli anziani si lamentano. Insomma un rapporto lungo e intenso con la musica sembrerebbe capace di mitigare i cambiamenti legati all'età nel cervello dei musicisti. In altre parole nel musicista di lunga data l'udito si adatterebbe all'universo dei suoni, sviluppando una maggiore resistenza al decadimento fisico, rispetto a quanto invece accade in chi ha avuto pochi o sporadici contatti con la musica. (Antonella Sparvoli, corriere.it, 6 Marzo 2012)

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Ultimo aggiornamento: 22 Febbraio 2019